About

cobusiness is what we need believe it or not

COB è un progetto di design d’impresa: è più che un contenitore di lavoratori.

COB è la tua impresa: dove lavori e che ti dà lavoro. Dove contribuisci alle spese fisse per avere in cambio crescita.

COB è uno spazio di coworking: dove lavorare insieme vuol dire condividere le proprie esperienze professionali e formative. Competenze, progetti, magari anche sogni.

COB è un marchio: il marchio di un’impresa di persone che lavorano insieme.

COB sarà una grande azienda, se in tanti decideremo di starci. E più sarà grande, più saranno importanti i servizi.

COB è crescita: è il percorso da fare insieme verso il risultato.

COB fa parte del GRUPPO ALTRONAUTI, il gruppo di professionisti che porta innovazione nella persona, proponendo progetti per vivere, viaggiare e lavorare ispirati

Quanto costa? Cosa puoi fare tu per cob e cosa può fare cob per te? do ask and do tell. Tutto quello che vuoi, chiedi e ti risponderemo.

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MANIFESTO

Dio benedica questa crisi. Tutto ciò che c’è di interessante oggi da fare, per cui valga la pena smettere di essere disfattisti, di minacciare di espatriare, di tentare il suicidio professionale, parte da lì. Ma come funziona oggi?

Più o meno così: il mondo si divide tra chi prova a tenersi stretti i propri privilegi aspettando che passi la nottata, e chi si gioca il tutto per tutto provando a neutralizzarli a colpi di soluzioni (innovazioni di prodotto e processo) che ridisegnano il futuro, ogni giorno. Ogni possibile soluzione che migliori la qualità della vita delle persone è figlia di una creatività istigata e messa al lavoro dal bisogno.

Soluzioni: che oggi descrivono un quasi-modello economico, che poggia sull’innovazione del modo con cui strutturiamo la nostra convivenza. In come costruiamo e viviamo le città. In come ci muoviamo. In come mangiamo. In come governiamo.Tutto ciò che c’è di interessante da fare ha a che fare con l’adattamento a un nuovo ordine, in cui c’è posto per tutti.

Innovare innovare innovare: preferisco il rumore del mare. Potremmo uscire un momento dalla paccottiglia innovazionista di certo giornalismo: il fenomeno dei produttori-di-soluzioni-ai-problemi-sociali, almeno in Italia, si sovrappone tout court a un para-mercato di freelance e micro-imprese che si (s)battono con armi spuntatissime in un campo difficilissimo. Il mercato. Un campo impossibile non tanto per l’ambiente ostile, per le norme freelancicide, per la contrazione della domanda di servizi a valore aggiunto, di consulenza… Stare sul mercato è difficile per le condizioni in cui viene affrontato: soli, senza rete, spesso con competenze stanche e approssimative. Quasi sempre senza alcuna volontà di fare impresa, forti dell’idea secondo cui prima o poi verrà qualcuno o qualcosa a salvarci.

Quindi: non esiste buono o cattivo tempo. Solo buono o cattivo equipaggiamento. Non esiste un ambiente ostile, ma solo la nostra inadeguatezza a viverci.

Essere adeguati significa appartenere, chi l’avrebbe detto? Appartenere è un istinto animale. Che è molto diverso dallo “stare insieme”. Appartenere significa condividere non solo spazi o risorse, ma co-produrre sistemi di riferimento e legame che costruiscono le identità di ciascuno. Appartenere significa poter dire ‘sono’, oltre che ‘faccio’. Un modello nuovo di appartenenza, in altre parole, è la leva con cui occorre ripartire per costruire l’impresa. Identificarsi in ciò cui si sente di appartenere, perché questo cresce a tua immagine e somiglianza. Appartenere a ciò con cui ci si identifica, perché è anche tuo. L’impresa letta in quest’ottica diventa un sistema aperto e partecipato in cui appartenere significa riconoscersi e rafforzare un’identità collettiva - e creando una massa critica che consenta di ragionare ‘da grandi’.

Un’organizzazione è l’uso che se ne fa. Qualunque organizzazione, nessuna esclusa, è osservabile come esito di un processo dinamico, mai come fatto statico, immutabile. Un processo in cui (tutti) proviamo a giocare un qualche ruolo strategico di auto-affermazione. Quante biblioteche si potrebbero riempire con tutti i trattati sulla governance dell’impresa scritti e mai applicati? Ogni modello - sistemi di subfornitura ramificati, basati su indotti territoriali distrettuali, reti di imprese, e così via - ha tentato di prescrivere regole di sviluppo ricalcati su esperienze ‘di successo’ non riproducibili, per definizione. Ciò che ha funzionato non si può ripetere. è tempo di immaginare sì un modello, ritagliandolo però empiricamente sulle tracce di vita che viviamo ogni giorno, sperimentandone le logiche di funzionamento ma lasciandone il codice sorgente aperto all’uso. Aperto alla trasformazione. Assumere questo in modo radicale significa progettare strutture docili, malleabili, flessibili e resilienti al cambiamento. Strutture leggere capaci di innervarsi ai territori e alle intelligenze e competenze che germogliano negli ecosistemi locali.