Festival dell’Ospitalità in Valsamoggia – Intervista a Roberta Caruso

Vi presentiamo un ospite d’eccezione alla tappa Valsamoggina del Festival dell’Ospitalità che si svolgerà il 25 Maggio a Monteveglio. Si chiama Roberta Caruso, calabrese doc, fondatrice di Home4Creativity e filosofa. In una intervista molto intensa si racconta a 360 gradi: dal suo amore infinito per la Calabria al suo idolo canoro tutto emiliano, Francesco Guccini.

Roberta Caruso festival

 

Chi sei?

Roberta Caruso, CEO di Home 4 Creativity e imprenditrice filosofica.

Di cosa ti occupi?

Mi occupo di coliving. Faccio ricerca e sperimentazione da 2 anni sulla creazione di residenze condivise creative. Il mio modello si chiama Home4Creativity e nasce da un esperimento avviato in Calabria, a Montalto Uffugo (CS) a dicembre 2015, in quella che è la mia casa di famiglia.
Con i miei genitori abbiamo riconvertito il casolare di campagna in cui abitiamo in coliving, offrendo residenze temporanee da 1 notte fino a 18 mesi a viaggiatori esperienziali, nomadi digitali e creativi a 360 gradi. Offriamo ospitalità nelle 3 stanze a disposizione, creiamo scambi d’arte e di lavoro e diamo avvio a nuove start up nei nostri spazi.
Abbiamo attivato uno spazio di coworking per consentire e facilitare la contaminazione professionale tra residenti e persone del luogo. Creiamo eventi, attività, percorsi formativi, laboratori ed escursioni partendo dalla community di creativi off e on line che fanno parte della nostra rete.
Il metodo che è venuto fuori dall’esperimento ci ha consentito, insieme a Francesco Biacca, Maria Scalese e Massimiliano Miceli che sono cofounder di H4C, di ragionare sulla possibilità di riconvertire case private e strutture ricettive in coliving utilizzando il nostro sistema e il nostro brand. Così ci siamo lanciati in questa avventura, per creare una rete di coliving diffuso che consenta alle case e a i proprietari di mettersi insieme in gioco, generando nuove opportunità economiche.

Cosa volevi fare da piccola e un sogno nel cassetto che non hai ancora realizzato?

Da piccola sognavo di fare l’avvocato, come mia madre. Studiando, però, ho iniziato a conoscere la filosofia e dai tempi del liceo ho scoperto che non avrei voluto fare nient’altro che questo: pensare, dubitare, crearmi curiosità rispetto a ciò che mi circonda.
Ho sempre avuto una passione per la casa che non avevo mai considerato prima di avviare questo progetto. Come figlia unica, abitante di una piccola città di provincia, ho trascorso la maggior parte della mia infanzia in questa casa che oggi è il fulcro della mia attività. Per un po’, durante l’adolescenza, l’ho anche detestata, poi ho ricominciato ad apprezzarla. È stato da sempre un amore travagliato, perché l’ho vissuta come la mia compagna di giochi e anche di vita. Oggi, in questo progetto, ho unito tutti i miei interessi.
Sogni nel cassetto ne son rimasti pochi. Li ho fatti uscire tutti. Ma questo lavoro è così dinamico e versatile che mi consente di creare sogni nuovi ogni giorno e trasformarli velocemente e con slancio in realtà, soprattutto in buona compagnia.

Ti senti un innovatore? Se sì, perché?

Credo di si, se con innovazione in questo caso intendiamo un dare senso nuovo ai luoghi, ma soprattutto alle persone che li vivono. Con questo progetto si dà un valore all’uomo, nella sua unicità e irripetibilità. Ecco perchè continuo a dire che l’innovazione vera di Home4Creativity è un’innovazione filosofica. Ciascuno ha un talento, una storia, un sogno. Se si riesce a trovare il sistema per mettere insieme tutto ciò e generarne un’opportunità questa è innovazione pura, in un momento in cui la fiducia nell’altro è giunta ai minimi livelli e l’attenzione nei confronti della natura cresce, ma spesso esclude l’uomo come fosse qualcosa di diverso, come fosse un batterio installato in un ecosistema ben funzionante. Credo che il senso autentico di Home 4 Creativity sia esattamente quello di ripristinare un po’ di orgoglio nell’Essere Umani.

Cosa dicono gli altri di te?

Non saprei. Bisognerebbe chiedere a loro. Però ho così tanti amici oggi che immagino si dicano cose positive di me.

Una cosa che ti piace da impazzire e una che non sopporti

Una sola per entrambe? Mi piace da impazzire l’alba che nasce dai monti della Sila e che da 20 anni guardo dai balconi di casa. Ha sempre la capacità di sorprendermi ed è l’unica cosa di cui non riesco mai a stancarmi. Amo il vino buono, quello rosso per la precisione; adoro guidare e fare lunghi viaggi da sola; scrivere, raccontare storie, dire “Buongiorno” agli sconosciuti per strada e vedere la reazione e fare lunghissime chiacchierate notturne con mio padre, il suo sigaro, il camino e un buon amaro delle nostre zone.
Una cosa che proprio non sopporto è il ragionamento a-logico. Quando sento sostenere idee, opinioni, concetti in cui non trovo una logica mi innervosisco terribilmente. E poi detesto il mio telefono che cade puntualmente tutte le mattina a terra e si scheggia un po’ di più, i cornetti integrali, le compagnie telefoniche che chiamano con il numero anonimo in orari improponibili, il caffè decaffeinato, la nutella non nutella, quelli che “lo dicono tutti quindi è così”, il telegiornale, la frase “In Calabria non si può”, chi dice “lo fai in Calabria? Allora sei un eroe” pensando che lavorare nel sud Italia sia un atto di eroismo e non una sana abitudine umana che ha colpito anche i meridionali, le diete assurde a cui ci si sottopone perdendo il piacere e il gusto del cibo e un sacco di altre cose che non hanno un senso se non l’inseguire l’opinione collettiva.

A che ora vai a dormire e qual è l’ultima cosa che fai prima di addormentarti?

Da quando ho imparato a leggere e scrivere ho dei diari. In genere, prima di addormentarmi prendo la penna e mi racconto la giornata. Mi aiuta a vedere ciò che a primo impatto mi è sfuggito, ad apprezzare il buono e a scoprire il meno buono. È un atto liberatorio. Non mi addormento mai prima dell’una di notte. Le serate a Home 4 Creativity finiscono sempre molto tardi. A volte non riesco a raggiungere neanche il letto e d’inverno sul divano, passo dalla posizione verticale a quella orizzontale, mio padre passando mi mette un Plaid addosso e la giornata finisce così, con il calore del camino e un bel grado di soddisfazione che mi fanno addormentare serena. 

Di cosa hai paura?

Di tante cose, di tutto. La paura è il motore del rischio. Se non avessi così tante paure non potrei fare quello che faccio. Mi spinge a osare, a spostare l’asta dei limiti sempre un po’ più in là. Chi non ha paure non può avere coraggio. Una cosa di cui avevo molta paura prima di iniziare questa attività era guidare in autostrada. Ero terrorizzata dalla velocità delle auto che mi passavano accanto. Un giorno, non potendo raggiungere la mia destinazione seguendo strade alternative perché ero in forte ritardo e dovevo essere presente a un appuntamento di lavoro importante, ho preso l’autostrada e sono andata dritta alla meta. Oggi la mia auto blu porta i segni tangibili dei 34.000 km percorsi viaggiando solo in Calabria nell’ultimo anno. A volte penso a quella paura e la ringrazio. Non avrei apprezzato il senso di libertà che provo ogni volta che mi metto alla guida se non fosse stata un’azione dettata dal superamento di un terrore originario. Le paure servono a farci comprendere quanto siamo bravi a superarle, e così facendo ci consentono di volerci un po’ più bene.

Cosa non faresti nemmeno per tutto l’oro del mondo?

Nulla credo. Ci sono tante cose che per anni ho sostenuto che non avrei mai fatto. Una di queste era proprio pensare di tornare in Calabria e creare lì il mio futuro. Quando ho scelto di studiare ricordo perfettamente di aver ripetuto a me stessa “ Ciao ciao Calabria. A mai più rivederci”. Immaginavo tutto, ma non che sarei tornata e che mi sarei innamorata follemente di questa terra, come se fosse un nuovo mondo. Dico sempre che l’enorme vantaggio sta nel riscoprire l’origine da cui sei partito come se fosse la meta a cui sei approdato. Oggi, se rimango per qualche giorno fuori per lavoro, dopo 48 ore sento il desiderio di tornare. Guardo questa terra come la guarda e la apprezza un viaggiatore. Non mi appartiene e io non le appartengo. Ma ci amiamo liberamente, sempre, e ci scegliamo ogni giorno. Perciò ho imparato a non porre limiti a quello che in futuro potrò e desidererò di fare.

Invita a prendere un caffè un personaggio (vivo, morto, famoso, sconosciuto) che è per te fonte di ispirazione professionale: chi è, perchè, e cosa gli diresti?

Inviterei Francesco Guccini. È, per me, un secondo padre. Ascolto le sue canzoni da quando ero bambina perché i miei lo adorano da sempre. Ogni mattina appena mi sveglio scelgo quale delle sue poesie musicali accompagnerà la mia giornata. Se avessi l’opportunità di invitarlo a casa non gli offrirei un caffè. Per lui meglio un vino calabrese, magari in un bicchiere da osteria. Gli chiederei di suonarmi “Vorrei”, la mia canzone preferita e lo inviterei a provare la cucina di mio padre. Inviterei qualche altro “gucciniano” e il resto lo lascerei fare al caso.

Cosa significa per te accoglienza?

Accoglienza vuol dire tante cose. Oggi si usa molto in riferimento all’immigrazione. Ma ha tanti significati che riguardano l’atteggiamento nei confronti dell’Altro. E’ un modo di essere, oltre che di agire. Accogliere l’opinione altrui, rispettarla senza necessariamente condividerla, abbracciare la diversità, prendere l’unicità dell’altro e inserirla nel proprio bagaglio di conoscenze ed esperienze. Vuol dire tante cose e forse non può essere limitato al significato che si dà oggi a questo termine. Sta prendendo spesso il senso di “lasciar passare”, molto simile al “tollerare”. Come sosteneva Pasolini, la tolleranza non ha in sé alcun senso positivo, perché presuppone il “sopportare”. Quando si “sopporta” o si “tollera” qualcuno o qualcosa, manca la dimensione dell’apprezzamento e dell’accoglienza, appunto, autentica di una dimensione diversa dalla propria, ma altrettanto valida.

Cosa fai per rendere il tuo territorio accogliente?

Nulla. Sono me stessa e il mio territorio lo è altrettanto. Per questo amo la Calabria. Perché mantiene quella spontaneità e quell’autenticità che la contraddistingue rispetto a tanti altri territori. Proprio per la forte presenza dello “straniero” che da sempre ha subito, è una terra che conserva e preserva il rispetto per l’altro, se non addirittura l’ammirazione per ciò che è diverso. Mi sorprendo spesso a vedere come i ragazzi che lavorano con noi alla Home o i contadini del territorio, le persone del luogo, vivono gli ospiti che vengono lì da altre parti d’Italia o del mondo. La prima cosa che fanno, sempre, è porre domande sulla loro storia, sul loro modo di vivere, sulle loro abitudini. Si sorprendono del loro essere arrivati fino a Montalto Uffugo. Questo pizzico di meraviglia che gli vedo stampato negli occhi è una cosa che, a mio avviso, va preservata. Quando sei ancora disposto a stupirti che altri apprezzino chi sei, da dove vieni, il territorio a cui appartieni, e vuoi sapere il perché, stai offrendo la giusta accoglienza senza artifici, senza fronzoli. Ti stai aprendo completamente all’altro. Sei affamato di sapere chi sia e soprattutto quale sia la sua opinione. Molti scambiano questo atteggiamento per mancanza di fiducia in se stessi. Io lo osservo come massima espressione di accoglienza possibile.

Parlaci del Festival dell’ospitalità: com’è nato? Qual è il suo obiettivo?

Il Festival è nato da un incontro di amici e professionisti. Evermind ha gettato le basi per raccontare l’ospitalità in tutte le sue forme in questi 3 giorni in cui si affrontano temi vari, dall’identità di una struttura ricettiva, ai servizi al viaggiatore, fino alle strategie di comunicazione per entrambe le cose. Home4Creativity ha sposato il progetto del festival da 2 anni con immenso orgoglio. È un’occasione per raccontare come il viaggio sia un sistema complesso, in ci tener conto dell’ospite in entrambi i sensi. Chi ospita ha il diritto/dovere di riconoscere in sé la propria peculiarità umana e professionale, il proprio talento ospitale e farne il suo punto di forza. Chi è ospitato ha il diritto/dovere di essere ascoltato nelle sue necessità, nelle motivazioni che muovono il suo viaggio, e al contempo di rispettare ciò che autenticamente il territorio e chi lo vive può offrirgli. Il festival fa questo, unisce ospiti, li mette in connessione e in rete tra loro, facendo emergere i punti oscuri del “fare turismo”. E poi è una gran bella occasione per noi organizzatori di divertirci lavorando per un anno all’edizione seguente del festival e per chi verrà a ottobre a seguirla sarà un’opportunità di confronto, di apertura e di scoperta in una location che toglie letteralmente il fiato e che è Scilla.

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